| Nel 2009 alcuni di coloro che decidono il destino della terra sono tecnofobi |
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| Mercoledì 05 Agosto 2009 18:45 |
Questo signore testimonia quanto sia negativo criticare qualcosa di cui non si ha conoscenza diretta (pensiamo a Socrate ed alla tecnologia della scrittura) e soprattutto che occorre studiare bene un fenomeno prima di aprire la bocca e dargli fiato, per usare le stesse parole di un attempato tecnofobo. Chi digita sulla tastiera sarebbe, secondo il dottor Alvi qualcuno che impoverisce la cultura e che scambia l’informazione per una conversazione. Poi nell’articolo si passa alla difesa corporativista dell’industria dei libri e dei giornali, minacciati di scomparsa dalla Rete. Si esalta, sempre in quell’articolo la cultura piramidale dove l’autore è qualcosa d’altro rispetto all’utilizzatore della stessa. Dove il latino latinorum deve essere posseduto da pochi e ceduto ad una massa che deve anelare di essere informata da questi nomi altisonanti che conoscono il bene ed il male per tutti. Si invoca la non neutralità di internet, sciagura al pari di alcune migrazioni (incredibile!) Si parla in quell’articolo di diseducazione dei giovani e della corrosione delle forze dell’io… Allora, iniziamo a fare dei distinguo. Non ho mai attaccato chi per scelta personale rinuncia all’uso di qualsiasi strumento elettronico. Ritengo che ognuno sia libero di scegliere il mondo in cui vivere e che se si ha bisogno di una materialità fatta di atomi e non di bit per sentirsi in pace con se stessi, io non ho nessun titolo per criticarlo. L’articolo citato mi permette però di dare luce al mio pensiero in merito all’importanza di Internet per gli uomini e per le organizzazioni che costruiscono il futuro. I “dilettanti” sbeffeggiati da chi vede in Internet una sciagura sono i pionieri di un nuovo continente che costruiranno una cultura diversa. Una cultura che sarà espressione di un misto di atomi e bit, un continente fisico ed elettronico che non avrà più rischi di autodistruggersi di quelli precedenti. Questa cultura non può essere giudicata con i canoni di chi vive solo nel “vecchio mondo” perchè se applichiamo un correttore ortografico inglese ad un testo italiano, sicuramente troveremo “errori” che non sono tali. Non ci si può concentrare sul chiacchiericcio della sala del cinema quando sullo schermo scorrono le prime immagini del film dell’economia del dono e delle relazioni. Io credo che per capire Internet la metafora del nuovo territorio sia assolutamente vincente. Il web ha sempre di più una parte abitata fatta da chi sceglie ogni giorno di usare Facebook, Twitter, la vecchissima posta elettronica… e città delle informazioni come Wikipedia, Liberliber, il progetto Gutemberg. Internet ha centri commerciali come Ebay, Amazon ed ogni cittadino può aprire il proprio negozio, il proprio giornale, il proprio spazio sociale in maniera assolutamente gratuita! Gratis, a volte come i film che vediamo nelle televisioni commerciali, pagati dalle pubblicità. Gratis perchè a volte qualche filantropo ha deciso di sostenere i costi dell’intero progetto regalando alla comunità l’equivalente di un parco giochi o di un giardino pubblico. I pionieri di questo nuovo mondo si portano dietro i vizi e le virtù dei loro continenti di partenza e la Rete è un altro specchio in cui osservare la variegata umanità. Chi critica però il nuovo mondo dimentica che la sua parte commerciale è stata successiva alla parte sociale. I primi abitanti della Rete sono stati gli scienziati, non i bottegai. Chi vende il porno è venuto dopo chi ha inventato strumenti per la condivisione del sapere. Attraverso la Rete i costi di beni e servizi si abbassano e questo permette ad uno strato maggiore della popolazione mondiale di fruirne. Ci sarà da costruire una nuova cultura del copyright e dei diritti d’autore ma questo fa parte dei continui cambiamenti che l’economia deve affrontare. Internet porterà ad un uso più efficiente delle risorse dei vecchi continenti e le generazioni di ragazzi che verranno “diseducati” da Internet svilupperanno forme di socialità che oggi non sono nemmeno immaginabili. Il nuovo continente ha un vantaggio che nessuno dei vecchi possiede: la possibilità di sviluppare un’intelligenza collettiva (è forse questa la paura della perdita della forza dell’io). La possibilità di guardare un fenomeno e misurarlo nell’attimo stesso in cui si presenta. La possibilità di salvare il vecchio mondo, quello fatto solo di atomi, se questo essere vivente definito homo sapiens sapiens riuscirà a prefigurarsi attraverso scenari “what if…” i risultati della propria condotta attuale. Il male del mondo è proprio la miopia degli interessi particolaristici che non vengono contrapposti agli interessi collettivi quando il bene di pochi si trasforma nel medio periodo nel male per molti. Mi ha colpito molto l’intercettazione citata da Saviano nel suo libro Gomorra in cui due camorristi non si preoccupavano di inquinare le falde acquifere con il piombo di batterie da “interrare” per fini economici con la giustificazione del fatto che “tanto loro bevevano acqua minerale!”. E questo sarebbe homo sapiens sapiens? Questo è l’uomo miope che appartiene alle generazione degli attempati tecnofobi o degli uomini pragmatici. Di coloro che ancora hanno la speranza che il singolo illuminato possa salvare le sorti dell’umanità. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di rimboccarci le maniche. Ci vuole fatica a trovare la grammatica per questa nuova cultura ma dobbiamo partire dalla rifondazione di una nuova etica dei rapporti tra i singoli e nel rapporto tra i singoli e le cose. E’ auspicabile che quindi i Maître à penser che scrivono sui giornali fatti di atomi capiscano che la vita non finisce ai confini del loro giardino dorato e che essere uomini significa farsi carico dei problemi del mondo, con la certezza che ognuno, nel proprio piccolo, può contribuire come membro di un network nella costruzione di un mondo sostenibile. Marco Costanzo |


